Nel suo articolo L’albero di Darwin (in Naturalmente
n.2/2008) Tiziano Gorini scrive: “la dimostrazione della scoperta
scientifica implica un po’ paradossalmente che si celi come essa è avvenuta
in realtà” e fa riferimento alla distinzione tra contesto della scoperta
e contesto della giustificazione scientifica tematizzato dal neopositivismo. Il caso di Darwin è
presentato proprio a partire dallo scarto tra la sua professione di induttivismo baconiano e la sua pratica di ricercatore molto
più eclettica, “una riflessione niente
affatto lineare” come scrive Gorini, così come
essa appare soprattutto nei diari “segreti” [1]
di lavoro. NASCITA DI UNA SCOPERTA Da questo punto di vista
i Taccuini, né ricostruzioni a
posteriori di un percorso, né pure raccolte di dati di laboratorio poco
significative senza la luce di una teoria, sono una testimonianza “in
diretta” della nascita di una teoria [2].
Scrive Telmo Pievani nella prefazione al Taccuino rosso nell’edizione italiana
da lui recentemente curata [3]
“Spesso
nelle ricostruzioni storiche di grandi scoperte dobbiamo accontentarci di narrazioni
a posteriori. Lo scienziato, ormai famoso
e in là negli anni, racconta come è arrivato alla sua idea, non senza qualche inevitabile concessione al
narcisismo e al fascino del romanzo. Qui invece leggiamo un diario di prima
mano, un bollettino quotidiano in
presa diretta che ha la spontaneità, la freschezza e l'irriverenza di chi sa che sta scrivendo per sé e non certo per un'imminente pubblicazione. I taccuini
rappresentano quindi una
testimonianza straordinaria dell'essenza della creatività di Darwin, della sua logica della scoperta
scientifica. Ci raccontano,
dall'interno, come e quando è arrivato alla teoria, e perché decide di tenerla nel cassetto.” Nel paradigma della
scoperta lo scienziato assume ciò che osserva accadere non come semplice evento
nel flusso del divenire, ma come esempio, ovvero come caso, come modello di un
ordine più generale e astratto, ma sta
a lui scoprire di che cosa è esempio. Perciò lo scienziato, per mestiere,
è colui che non sa. La difficoltà
per noi “esperti”, che leggiamo i Taccuini
a partire da una cultura biologica costruitasi nel Novecento, è assumere il
punto di vista storicizzato di Darwin ovvero di chi... non conosceva la
teoria dell’evoluzione. Personalmente in più di un punto della lettura sono
rimasto sconcertato di fronte alla sua non comprensione, al suo essere fuori stada; mi veniva da dirgli “ma dai! è così evidente
che...”; ma l’evidenza sta negli occhiali attraverso i quali noi guardiamo i
fatti naturali, occhiali che proprio Darwin ci ha costruito. Qui noi seguiamo
le mosse cognitive di Darwin mentre
li stava costruendo; e lo faceva osservando i fenomeni attraverso gli occhiali
culturali non evoluzionistici che
gli forniva la cultura del tempo. Gorini sceglie come un esempio
emblematico della relazione tra la ricerca di Darwin e la cultura del tempo
l’icona dell’albero, che compare sotto forma di diagramma come unica
illustrazione ne L’origine delle specie,
e cita Gruber che “non ritiene che i
disegni siano soltanto un mero strumento concettuale a disposizione del pensiero
storico, un sussidio propedeutico o didattico, bensì che manifestino
piuttosto una interazione tra produzione artistica e conoscenza scientifica,
in cui l’immagine funziona come modello per la teoria”; in sostanza
sviluppa un discorso sul ruolo mitopoietico delle immagini nel rapporto tra
cultura di appartenenza e mondo interiore impegnato in un percorso creativo. La proposta è di leggere
il percorso di scoperta non solo nel contesto della storia della scienza, ma
su uno sfondo da una parte più vasto, nel senso della cultura, e dall’altra
più profondo, nel senso dell’interiorità. UN CONTESTO PER Opportunamente Gorini pone come problema epistemologico quello dell’ “estetica scientifica, ovvero della funzione
che forme, simboli e metafore possono svolgere nella produzione della conoscenza
scientifica nel contesto della scoperta”. [4]. Si tratta di
un’operazione molto interessante, soprattutto per allargare le vedute di chi
nel contesto scientifico sta immerso e rischia di viverci come in un’isola.
Io però vorrei riconsiderare il ruolo che gioca lo specifico della scienza in
questa questione, non per riportare il discorso in un ambito speciale ed
esclusivo, ma perché la cultura scientifica è un elemento significativo
proprio nel quadro di quel contesto
complessivo e complesso che si cerca di ricostruire. Vorrei farlo a partire
da un’osservazione sui testi: c’è una differenza tra l’immagine che compare
nel disegno di Darwin nel Taccuino B
(pag. 36), e che è divenuta
abbastanza famosa da quando se ne è impadronita la macchina della
“divulgazione”, e quella de L’origine
delle specie. è lo stesso
Darwin a tematizzare questa differenza, perciò mi pare opportuno dedicarvi attenzione
perché penso possa fornire elementi di comprensione.
Diversamente da quella
dell’albero, la prima immagine non è così facilmente riconducibile a una iconografia.
Con questo non voglio dire che si sottrae a qualsiasi influenza culturale,
quanto piuttosto che va anche ricondotta a un altro contesto fondamentale per
Darwin, ovvero il processo di costruzione (ricordiamo che stiamo parlando di
uno schizzo su un diario di lavoro personale) della sua teoria, ovvero la riflessione sull’origine della diversità
dei viventi nello spazio e nel tempo. Sempre a pag. 36 del Taccuino B, a commento del disegno,
scrive “Così i generi sarebbero formati
– attraverso legami di parentela” : la sua idea fondamentale della discendenza
comune. Siamo dunque all’interno di un contesto scientifico e naturalistico;
esso è certamente in comunicazione con la cultura del tempo non solo perché
ciò è in generale inevitabile, ma anche perché le idee di Darwin non potevano
non avere un impatto sulla società del tempo e a questa interazione, almeno
dal A riprova di questa
specificità, è proprio all’interno di questo ambito che si svilupperanno
ulteriori riflessioni sulle immagini e le metafore dell’evoluzione e sul loro
significato culturale; ho in mente in particolare quella di S.J. Gould, (ad
esempio in La vita meravigliosa) a
proposito della “marcia del progresso”, ovvero della rappresentazione di una
progressione lineare dalla scimmia
all’uomo, attraverso lo scimmione che tenta la locomozione bipede,
l’Australopiteco, il Pitecantropo e l’Uomo di Neanderthal. Il Taccuino B è redatto nel 1837: Darwin è in una fase del suo
pensiero in cui elabora idee sull’origine di nuove specie come il “saltazionismo” [5]
o la “speciazione allopatrica” [6],
che poi eliminerà dalla versione finale della teoria a favore del gradualismo
e che poi verranno recuperate nel Novecento da Mayr,
Gould ecc. come ripensamenti critici all’interno della teoria
dell’evoluzione. In quel contesto Darwin
scrive esplicitamente a proposito dell’immagine dell’albero (pag. 25): “L’albero della vita dovrebbe forse essere chiamato il corallo
della vita, giacché la base delle ramificazioni è morta; così che i passaggi
non sono visibili – questo, ancora una volta contraddice una costante successione
di abbozzi in progresso. – no, la rende solo eccessivamente complicata.” Che il contesto del
discorso sia una idea non gradualista dell’evoluzione è confermata poco più
avanti: “Le speculazioni precedenti
sono applicabili a uno sviluppo non progressivo” (pag. 44), riferendosi a
un’idea di progresso della cui matrice culturale Darwin sembra essere ben consapevole:
“Lo sviluppo progressivo offre una
causa finale per gli enormi periodi antecedenti all’Uomo, difficile per
l’uomo non avere pregiudizi su se stesso [...]” (pag. 49). L’immagine
del corallo si differenzia e in parte si contrappone a quella dell’albero
anche perché, non avendo un tronco, manca
di una direzione privilegiata di crescita, prefigurando una evoluzione
che esplora in qualsiasi direzione le possibilità adattative. Se la storia
(così come le leggi della fisica e della chimica) costituisce un vincolo, e
questo fa parte della rivoluzione darwiniana, ciò non significa che è
possibile prevedere la direzione dell’evoluzione; e, soprattutto, il percorso
è determinato dalla contingenza e non preordinato come una “marcia del
progresso” ascendente verso il suo
culmine stabilito: l’uomo (bianco e maschio).
IL LINGUAGGIO TRA
APPARTENENZA E CREATIVITà Proprio nell’atto di
scegliere, o di costruire, una rappresentazione simbolica di una propria idea
Darwin esplicita il motivo della preferenza a partire da una differenza. Di
scelta dunque si tratta e il motivo della scelta è strettamente connesso
all’uso che ne intende fare. Non siamo nella situazione di chi utilizza semplicemente
il linguaggio del suo gruppo sociale di appartenenza per esprimersi, assumendo
in modo inconsapevole tutto lo spessore della stratificazione culturale di
significati che esso si porta dietro; siamo in un contesto meta-riflessivo in
cui è valutata proprio la funzione simbolica, l’essere segno, ovvero la relazione
tra un’immagine e un significato. Ci sono campi di ricerca
in cui un atto creativo per esprimersi deve passare attraverso un linguaggio
dato, condiviso dalla comunità. Nel caso della fisica, spesso la novità è
comunicabile attraverso le nuove combinazioni di un linguaggio estremamente
formalizzato e astratto come la matematica; tuttavia a volte è stato necessario
inventare una matematica nuova o adottarne una fino a quel momento esclusa
dall’ambito di un linguaggio ritenuto “universale”. Ma ancora maggiore
difficoltà si incontra quando i nuovi contenuti vengono espressi con il linguaggio
verbale, che è condiviso e usato da una comunità sociale più ampia di quella
disciplinare; il “mestiere impossibile” della educazione e comunicazione
scientifica si gioca proprio nello scarto di significato tra l’uso delle
stesse parole con significati molto diversi nel contesto scientifico disciplinare
e nel contesto della comunicazione sociale di massa. Nelle scienze naturali
spesso è proprio un cambiamento di linguaggio “tecnico” a segnalare il cambiamento
di paradigma o di riferimento teorico. Il sistema di Linneo
è un sistema linguistico [7],
tanto per fare l’esempio più evidente.
La scelta di Maturana e Varela di utilizzare
una parola “difficile” come autopoiesi per
esprimere la loro idea originale di vivente credo sia legata al desiderio di
non vederla fraintesa, deformata o contaminata da idee preesistenti attraverso
un linguaggio già carico di significati, di sfuggire insomma al paradosso
dell’atto creativo, quello di “mettere vino nuovo in otri vecchi”. Una parola
nuova in un contesto comunicativo determinato più difficilmente può essere
riempita in modo soggettivo e inconsapevole di significati preesistenti e
latenti. Quello di Darwin mi
sembra un caso simile. È vero che, nel momento in cui si impegnava in una comunicazione
pubblica, Darwin utilizza l’albero e non il corallo, ma non possiamo essere
sicuri che questo risponda solo al gioco tra l’inconscio e l’appartenenza
culturale, perché nel frattempo Darwin ha anche cambiato in parte le proprie
idee, ha abbandonato il “saltazionismo” per
assumere il “gradualismo”, un’idea meno “anarchica”, più gerarchica e
progressiva dell’evoluzione cui l’albero risponde adeguatamente. Dunque Darwin dimostra
di avere una consapevolezza critica proprio nello specifico della scelta di questa immagine; la quale
del resto si colloca all’interno della consapevolezza di stare elaborando un
pensiero nuovo: da un certo punto in poi usa l’espressione “la mia teoria” e
la elabora immaginandosela continuamente in un contesto, per il quale ha
estremo rispetto, di discussione e di possibile falsificazione nell’ambito
della comunità degli scienziati. È dunque vero che
“Darwin ha dovuto pagare il proprio tributo a un pensiero antico
sedimentato nella coscienza” e, aggiungo, anche al linguaggio con cui la
sua comunità di appartenenza parla dei fenomeni di cambiamento nella natura [9],
nonostante quel linguaggio contraddica il senso della sua rivoluzione teorica,
ma è anche vero che proprio il contesto della scoperta, o meglio della costruzione
consapevole di una teoria “rivoluzionaria”, introduce un elemento di novità
creativa e di consapevolezza critica anche nell’uso delle forme culturali di espressione. |
[1] Darwin più di trent’anni dopo la stesura, ne
tentò una revisione critica, per poi rinunciarvi. Lasciò scritto alla moglie di
non pubblicarli dopo la sua morte, tuttavia non li distrusse e li conservò:
questo atteggiamento ambivalente costituisce un tema interessante per gli
storici della scienza. Del resto la questione è stata oggetto di discussione
tra i discendenti di Darwin, prima che arrivassero alla decisione di pubblicarli
un secolo dopo (1959).
[2] Nel 1838, alla fine della stesura dei Taccuini, Darwin era praticamente arrivato a una ricostruzione adeguata dei
fenomeni dell’evoluzione fino alla consapevolezza del loro motore causale, la
“selezione naturale”.
[3] Charles Darwin 1836-1844,
Taccuini, Laterza, Roma-Bari 2008.
[4] Il
problema è che nella scienza dire qualcosa con altre parole, esprimerlo con
altre forme, è dire qualcosa d’altro, il che può essere fecondo nel contesto
della scoperta scientifica, ma può essere devastante nella comunicazione
educativa della scienza, come dimostra l’uso della metafora. La ricerca
epistemologica ha messo bene in evidenza entrambi gli aspetti; si veda da una
parte: Boyd R. – Kuhn T. S.
(1979), La metafora nella scienza, Feltrinelli Milano 1983; dall’altra: Gaston Bachelard, La
formazione dello spirito scientifico, Cortina 1995.
[5] Nel
momento in cui ha la prima intuizione del significato del cambiamento delle
specie a partire dall’isomorfismo di rapporti nello spazio geografico (tra due
specie di nandù contigue nella pampa) e nel tempo (tra il guanaco estinto e
quello recente), così si esprime: “...
non un cambiamento graduale o una
degenerazione derivante dalle circostanze: se una specie si trasforma invero in
un’altra dev’essere per saltum...” (Taccuino
rosso pag. 130).
[6] “... gli
animali, su isole separate, dovrebbero diventare diversi purché tenuti
abbastanza a lungo separati, in condizioni leggermente diverse.” (Taccuino B pag. 7).
[7] Sul nesso tra sistemi linguistici e modi di
pensare si veda: Foucault M. (1966), Le parole
e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, RCS
Milano 1996.
[8] S.J. Gould (1989), La vita meravigliosa, Feltrinelli, Milano 1990.
[9] In una nota al cap. IV
de L’origine delle specie Darwin pone
esplicitamente il problema dell’uso del linguaggio metaforico, che, ad esempio
nel caso della “selezione naturale”, suggerisce idee non coerenti con la teoria.