“La scienza va dritta
e veloce per la sua strada; ma le rappresentazioni collettive non stanno al
passo, sono arretrate di secoli, mantenute stagnanti nell'errore dal potere,
dalla grande stampa e dai valori d'ordine” (Roland Barthes, Miti d’oggi, 1957) Se sostituiamo TV a “grande stampa” temo
che le parole di Barthes
siano di grande e tragica attualità. Nel caso di Darwin di secolo ne è
passato uno e mezzo e le rappresentazioni collettive dell’evoluzione sono
davvero ferme a prima della rivoluzione darwiniana e la parola rivoluzione,
con l’aiuto di Barthes, forse ci aiuta a capire perché. Da un certo punto di vista attribuire
uno spirito rivoluzionario a un benpensante conservatore come Sir Charles
Darwin può essere paradossale, ma non si può negare che Darwin ha proposto
nuove rappresentazioni che sovvertivano i principi dell’ordine sociale del
suo tempo (come avevano sicuramente sovvertito i suoi). Dire che l’adattamento era l’effetto e non la causa, “causa finale” la chiamava Aristotele, del cambiamento
delle specie è un ribaltamento di 180 gradi di prospettiva, in questo senso
una rivoluzione Una causa finale, un fine, inevitabilmente richiede un
soggetto che, per quel fine, opera
dei cambiamenti. Se a cambiare è il mondo naturale, questo soggetto non può
che essere una divinità che alla natura è sovraordinata
in quanto potenza creatrice; perciò l’eliminazione del fine porta a due
possibili soluzioni: o la natura si identifica con la divinità (il Dio
immanente di Spinoza) o la natura è retta da leggi di funzionamento e non da
fini che presuppongono una mente trascendente. L’abbandono del finalismo è già
presente nei Taccuini segreti che Darwin scrive appena tornato dal suo
viaggio attorno al mondo nel “Quando
uno vede i capezzoli sul petto di un uomo, non dice che abbiamo un qualche uso...
Se si trattasse di una semplice creazione, di certo sarebbero nati senza” (Taccuino B) La critica di Darwin consiste nel
“falsificare” sulla base di osservazioni il creazionismo come spiegazione
della natura. Ma è da un punto di vista epistemologico che Darwin è
insoddisfatto di quella che gli appare come una non spiegazione: “In passato gli astronomi avrebbero potuto affermare che Dio dispose affinché
ciascun pianeta si muovesse seguendo il proprio particolare destino – allo
stesso modo Dio dispone che ciascun animale sia creato con una certa forma in
una certa regione. Ma quanto più semplice e sublime sarebbe una forza per
cui, agendo l’attrazione secondo certe leggi, tali siano le inevitabili conseguenze,
essendo creato l’animale, tali saranno i suoi successori secondo le leggi
prefissate della generazione!” (Taccuino B). L’affermazione che le cose sono così
perché così Dio le ha create non dice nulla a uno scienziato, ovvero a chi per
mestiere si domanda come e perché: quelle che a Darwin
interessano sono le “cause intermedie”. Indipendentemente
dalla “verità” dell’esistenza di Dio, qualsiasi discorso umano su Dio, per esempio
l’attribuirgli la qualità di “creatore”, è una rappresentazione culturale
della divinità. Eccone alcune:
“Dio ha creato l’uomo
subito dopo gli animali... l’ha fatto un po’ peloso perché così poteva essere
amico degli animali… dopo un po’ Dio ha tolto il primitivo e ha creato quello
normale... era brutto, gli piaceva
poco, era anche un po’ storto! ” [1] “Dio… avrà pensato
che... quegli animali lì erano un po’ troppo pochi, e per farli diventare di
più, ha messo in moto l’evoluzione”. Quest’ultima, di un bambino di 8 anni,
condivide con Darwin un’immagine di Dio che non corre dietro alle sue
creature momento per momento, ma
“mette in moto”, una volta per tutte, un meccanismo, una dinamica di
cambiamento che ha le sue leggi. Nel 1838 Darwin è credente e la sua
contestazione scientifica del creazionismo è un modo per non dare di Dio una
rappresentazione volgare: “Il
Creatore ha continuato a creare animali con la stessa struttura generale dai
tempi delle formazioni del Cambriano? Concezione miserevole e limitata” (Taccuino B). Vent’anni dopo ne L’Origine delle specie prevarranno
(sicuramente dal punto di vista quantitativo) le confutazioni “tecniche”
della creazione, forse perché Darwin è ormai oltre la svolta della sua vita
personale, quando l’osservazione della natura e soprattutto la morte della
piccola figlia Anna, più della lettura di Malthus, non
gli permettono più di credere a una natura che testimonia la benevolenza del
Creatore. Della portata rivoluzionaria del suo
naturalismo Darwin è ben consapevole,
se è vero che nel 1844 scrive all’amico Joseph Hooker
che rendere nota la propria idea sarebbe “come confessare un delitto”. UN GIOCO SPORCO E infatti, quando lo fa nel 1859, le
reazioni sono violente. Da subito il gioco si fa sporco, attraverso la
deformazione delle idee evoluzioniste; e si gioca sul terreno delle
rappresentazioni. La teoria di Darwin ha nelle sue
radici l’idea dell’antenato comune
come spiegazione delle omologie profonde nell’organizzazione dei viventi; ma
gli oppositori di Darwin la rappresentano con “l’uomo discende dalla scimmia”. è un modo sicuro per rendere
inaccettabili le idee evoluzioniste al pubblico vittoriano, che del progresso
umano, preordinato dal Creatore, cui per questo si manifesta devoto, e culminante
nell’ “Homo britannicus
imperialis” fa il proprio paradigma culturale [2]. La frase “l’uomo discende dalla scimmia” è diventato un luogo comune,
vale a dire una di quelle “verità” che sono tali non perché frutto di una
esperienza accessibile e condivisa, o documentate
in modo inoppugnabile, o filtrate da un processo critico, ma solo perché fanno
parte della cultura che un gruppo sociale condivide e che quindi ogni nuovo
membro della comunità “assorbe” inconsapevolmente e finisce per ritenere
appartenenti alla “natura umana”. Questa rappresentazione linguistica
ha anche un corrispettivo a livello di immagine in quella che Stephen J.
Gould chiama “la marcia del progresso”. Si vedono uno dietro l’altro da
sinistra a destra, una scimmia sulle quattro zampe, uno scimmione bipede ma
curvo e poi via via ominidi sempre più alti ed
eretti, sempre meno pelosi, sempre più somiglianti all’uomo attuale, fino
all’ultimo a destra, che è sempre rigorosamente maschio e bianco. A volte il
penultimo a destra, capellone tozzo e decisamente brutto d’aspetto, è l’uomo
di Neanderthal.
L’idea
di un progresso dell’umanità è profondamente radicata [3]. In
un articolo di presentazione di un libro fortemente antidarwiniano la difesa del darwinismo scientifico è affidata a un insegnante
liceale di latino e greco, specialista di mitologia greca e di cinema [4], collocazione
professionale che non garantisce la sua competenza scientifica, ma che ben
rappresenta la cultura italiana. La sua “difesa” si basa sull’idea che nulla è positivo quanto il sentimento del
passo avanti, del migliorare”. L’idea è rispettabile in sé, una
"iconografia della speranza" come la definisce Gould, verso la
quale si può essere umanamente indulgenti, ma, se il contesto è quello di un
discorso scientifico, occorre anche chiarire quale rapporto (non) ci sia tra
progresso ed evoluzione: “...
molte delle nostre immagini sono incarnazioni di concetti mascherate come
descrizioni neutre della natura. [...]. Suggerimenti per l’organizzazione del
pensiero vengono trasformati in regolarità stabilite in natura. Congetture e
supposizioni diventano cose. Le iconografie dell’evoluzione tendono tutte - a
volte rozzamente, altre volte in modo più sottile - a rafforzare un’immagine
confortevole dell’inevitabilità e superiorità umana. La versione più forte –
quella della catena dell’essere o della scala del progresso lineare – ha una
storia antica, pre-evoluzionistica. [...] La marcia
del progresso è la rappresentazione canonica
dell’evoluzione: l’unica immagine che venga afferrata immediatamente e
compresa visceralmente da tutti.” (S.J.Gould, La vita meravigliosa,). Darwin
vive in un ambiente culturale dominato dal paradigma del progresso: “Il progresso, quindi, non è un accidente,
ma una necessità. La civiltà non è un prodotto dell'arte, ma è parte della
natura...” (H. Spencer, Social Statics,
1851) Ma
sul progresso Darwin la pensa molto diversamente da Spencer: “La
selezione naturale, o sopravvivenza del più adatto, non comporta necessariamente
uno sviluppo progressivo – essa si limita a trarre vantaggio da quelle
variazioni che si manifestano spontaneamente e risultano vantaggiose per
ciascun vivente nei suoi complessi rapporti con l’ambiente” (L’origine delle specie, 1872). Un
pensatore in controtendenza, solo contro tutti? Darwin è uno scienziato naturale
e qui sta esercitando la sua professione che, pur essendo immersa
nell’ambiente culturale della società, costituisce anche un contesto specifico. "In parte eliminando i meno sviluppati
e in parte sottoponendo i sopravvissuti all'incessante disciplina
dell'esperienza, la natura assicura lo sviluppo a una razza che sia in grado
di comprendere le condizioni di esistenza e insieme di agire su di
esse." Sono parole di Spencer e non di
Darwin e risalgono al 1851, prima de L’origine
delle specie: è bene tenerlo presente. ANCORA E SEMPRE IL NONNO SCIMMIA A pag. 26 de Il Giornale di Lunedì 3 dicembre 2007, la presentazione del libro
della moglie di Alberoni [5] Il Dio di Michelangelo e la barba di
Darwin inizia così: “Discendiamo
davvero dalle scimmie?”. Come risulta chiaro dal testo dell’articolo, si
tratta di una domanda retorica che serve ad attribuire ai “cattivi maestri della ‘darwinolatria’ ”
l’idea che “I nostri progenitori
erano scimpanzè”. La teoria dell’evoluzione ci dice
che le scimmie, nel senso degli animali che noi attualmente conosciamo, in
particolare i primati come gli scimpanzè, non sono gli antenati dell’uomo, ma suoi
“cugini”, ovvero animali che hanno con gli uomini antenati comuni. Ma l’uomo
ha antenati comuni anche con i topi e le banane, come si deduce dal fatto che
condivide con il topo l’85% e con la banana il 40% della sequenza nucleotidica
del DNA. Tutto sta nel determinare quanto questi antenati comuni siano lontani nella successione delle generazioni e quindi
nella genealogia dei viventi: oggi sappiamo che quelli con le scimmie antropomorfe
sono vissuti 7 milioni di anni, 200-300 mila generazioni,
fa. Sono passati 150 anni,
ma la prima mossa retorica contro Darwin e l’evoluzionismo è sempre la stessa:
deformarne le rappresentazioni. E anche la seconda è come da copione;
l’articolo citato infatti così prosegue:“La
selezione naturale secondo la legge dell’evoluzione va applicata anche per
sopprimere i più deboli, i meno fortunati, gli handicappati, magari prima che
nascano?”, dove si tracciano legami arbitrari tra selezione naturale -
selezione eugenetica – aborto, per rendere le presunte teorie evoluzioniste
inaccettabili; l’evidente evocazione del nazismo viene esplicitata poco più
avanti nell’articolo dalla Alberoni: “non
è un caso che il darwinismo abbia prodotto aberrazioni come il razzismo, il
classismo, l’eugenetica, il peggior capitalismo, la discriminazione biologica”.
Per l’evoluzionismo darwiniano tutti gli uomini hanno un antenato
comune con le scimmie e tutti gli
uomini hanno una comune origine africana. Negli stadi di calcio uno degli
insulti razzisti più usuali rivolti a giocatori di colore consiste
nell’imitare atteggiamenti scimmieschi. |
[1] Questa citazione di un bambino di 7 anni e la
seguente sono tratte dalla tesi di dottorato di Laura Toneatti (Università degli studi di Padova, indirizzo
di “Psicologia dello sviluppo e dei processi di socializzazione”). 2008.
[2] é
dell’arcivescovo Wilberforce, nella leggendaria
disputa del
[3] L’immagine della
“marcia del progresso” è utilizzata come illustrazione dell’evoluzione perfino
nella sezione ad essa dedicata nella Città della Scienza di Napoli, uno dei
“poli scientifici di eccellenza” in Italia.
[4] Ezio Savino.
[5] Non è un rigurgito di sciovinismo maschilista
da parte mia: è la signora Rosa Giannetta che per la pubblicazione dei suoi
libri usa il solo cognome del celebre marito.