Marcello Sala

L’erba di San Siro

-pubblicato in- 

Cooperazione  EDUCATIVA n. 9-10 / 1992

La Nuova Italia

 

 

   Un titolo sul Corriere della sera: "San Siro non sarà mai più verde". Si sta parlando del prato dello stadio "Meazza", vale a dire il luogo della città di Milano su cui si appunta il maggior numero di sguardi in assoluto, diretti o attraverso lo schermo TV.

   È dal '90, l'anno dei "Mondiali", che il prato di San Siro perde zolle d'erba e si riempie di buche. In quattro anni sono stati fatti sei interventi con spese che gridano vendetta al cospetto dei contribuenti. Il calcio, come tutti sappiamo, è un fenomeno di enorme rilevanza, capace di mettere in moto dinamiche economiche e sociali e processi tecnologici. Per mesi i "trapianti" che più ricorrevano nelle discussioni dell’opinione pubblica milanese sono stati quelli di zolle erbose sul prato di San Siro.

   Il risultato: l'erba non cresce; in compenso è cresciuta una vertenza tra il Comune di Milano e la ditta che ha rifatto il manto erboso. Il Tribunale ha disposto una perizia tecnica.

   Gli esperti, dopo aver tenuto sotto controllo il prato per cinque mesi, utilizzando i più moderni e sofisticati strumenti di rilevamento, hanno stabilito che la colpa non è del tipo di pezzi di terra trapiantati, e neppure del grado di efficienza degli "impianti idrico-termici o di drenaggio" (sospettavate che un prato potesse nascondere simili marchingegni?). Lo "stato generale di sofferenza e di difficoltà vegetative dell’erba" è dovuto al "microclima" all’interno dello stadio, che vede, rispetto all’esterno, una riduzione dell’escursione termica, dei valori di umidità relativa, della luminosità, della ventilazione, con conseguente stagnazione dell’aria.

   La colpa di tutto ciò? i lavori di sopralzo degli spalti e delle strutture portanti e la copertura delle tribune, effettuate, con ampio corredo di tangenti oltre che di sparate trionfalistiche a proposito di "città europea", in occasione del "Mondiale '90".

   Il fatto è che la fantascientifica, ipertecnologica costruzione di metallo e cemento non può fare a meno di contenere, perché quello è il suo scopo, mezzo ettaro del vegetale meno pregiato e più diffuso che ci sia; tanto diffuso e tanto poco pregiato che un ampio settore della tecnologia è impegnato nella sua eliminazione; e anzi questo impegno si è dimostrato fin troppo accanito ed efficace.

   Il mondo del calcio è sull’orlo della crisi: ogni domenica gambe del valore di miliardi rischiano di acciaccarsi, traiettorie di palloni destinati a cambiare il risultato di partite decisive deviano verso esiti ingloriosi. Il Comune di Milano ora dovrà anche pagare le spese per il "monitoraggio" e la perizia degli esperti. La prospettiva è che la domenica il Milan e l'Inter non possano esibirsi davanti ai centomila nella "Scala del Calcio".

   Ma anche chi il calcio lo snobba è fuori dei gangheri: visto che non è pensabile rinunciare al calcio, possibile che non si riesca a venire a capo di una faccenda così terra terra!

   Questa storia ha tutto l'aspetto di una metafora: ogni storia in fondo lo è. E il lettore, che è anche educatore, si aspetta qualcosa di simile al "La favola insegna che..." di Esopo. L'eroe della domenica che inciampa nella zolla come immagine (riprodotta a dritto e a rovescio, “zoomata”, “moviolata” in milioni di teleschermi) della onnipotente civiltà tecnologica che inciampa sull’irriducibilità della natura. Ovvero: la rivincita degli ecologisti.

   Se l'ecologia deve entrare a scuola, ben vengano storie come questa a fornire materiale di discussione, di studio. C'è bisogno di esempi su cui riflettere, di casi interessanti da interpretare; abbiamo bisogno di costruire una nuova conoscenza; il pensiero umano deve darsi nuovi strumenti per far fronte alle sfide dell’epoca in cui viviamo, e in primo luogo a quella ecologica...

   C'è qualcosa che non va. Quando la natura diventa un pretesto per lezioni sulla natura, c'è qualcosa nella educazione all’ecologia che entra in contraddizione con l'ecologia dell’educazione, e quindi con l'ecologia.

   Se per elaborare un pensiero "su" dobbiamo porci "fuori da" non stiamo lavorando per fare della natura la nostra casa ("oikos" = "eco"), per costruire, anzi ricostruire, una relazione con l'interezza della persona, là dove la separazione tra "corpo" e "mente", tra natura e storia, tra istinto e ragione, ha fatto precipitare la frattura.

   E se invece la natura fosse il testo? se il significato della storia fosse quello letterale? Se la crescita dell’erba fosse un'idea che sta nell’erba che cresce prima che nel nostro pensiero? Se ci riunissimo in centomila allo stadio di San Siro per ascoltare l'erba che cresce?