Un titolo sul Corriere
della sera: "San Siro non sarà mai più verde". Si sta
parlando del prato dello stadio "Meazza", vale a dire il luogo della
città di Milano su cui si appunta il maggior numero di sguardi in assoluto,
diretti o attraverso lo schermo TV. È dal '90, l'anno dei "Mondiali", che il prato di San
Siro perde zolle d'erba e si riempie di buche. In quattro anni sono stati
fatti sei interventi con spese che gridano vendetta al cospetto dei
contribuenti. Il calcio, come tutti sappiamo, è un fenomeno di enorme rilevanza,
capace di mettere in moto dinamiche economiche e sociali e processi
tecnologici. Per mesi i "trapianti" che più ricorrevano nelle
discussioni dell’opinione pubblica milanese sono stati quelli di zolle erbose
sul prato di San Siro. Il risultato: l'erba
non cresce; in compenso è cresciuta una vertenza tra il Comune di Milano e la
ditta che ha rifatto il manto erboso. Il Tribunale ha disposto una perizia
tecnica. Gli esperti, dopo aver
tenuto sotto controllo il prato per cinque mesi, utilizzando i più moderni e
sofisticati strumenti di rilevamento, hanno stabilito che la colpa non è del
tipo di pezzi di terra trapiantati, e neppure del grado di efficienza degli "impianti
idrico-termici o di drenaggio" (sospettavate
che un prato potesse nascondere simili marchingegni?). Lo "stato
generale di sofferenza e di difficoltà vegetative dell’erba" è
dovuto al "microclima" all’interno dello stadio, che vede,
rispetto all’esterno, una riduzione dell’escursione termica, dei valori di
umidità relativa, della luminosità, della ventilazione, con conseguente stagnazione
dell’aria. La colpa di tutto ciò?
i lavori di sopralzo degli spalti e delle strutture portanti e la copertura
delle tribune, effettuate, con ampio corredo di tangenti oltre che di sparate
trionfalistiche a proposito di "città europea", in occasione del
"Mondiale '90". Il fatto è che la
fantascientifica, ipertecnologica costruzione di
metallo e cemento non può fare a meno di contenere, perché quello è il suo
scopo, mezzo ettaro del vegetale meno pregiato e più diffuso che ci sia;
tanto diffuso e tanto poco pregiato che un ampio settore della tecnologia è
impegnato nella sua eliminazione; e anzi questo impegno si è dimostrato fin
troppo accanito ed efficace. Il mondo del calcio è
sull’orlo della crisi: ogni domenica gambe del valore di miliardi rischiano
di acciaccarsi, traiettorie di palloni destinati a cambiare il risultato di
partite decisive deviano verso esiti ingloriosi. Il Comune di Milano ora
dovrà anche pagare le spese per il "monitoraggio" e la
perizia degli esperti. La prospettiva è che la domenica il Milan e l'Inter
non possano esibirsi davanti ai centomila nella "Scala del Calcio". Ma anche chi il calcio
lo snobba è fuori dei gangheri: visto che non è pensabile rinunciare al
calcio, possibile che non si riesca a venire a capo di una faccenda così
terra terra! Questa storia ha tutto
l'aspetto di una metafora: ogni storia in fondo lo è. E il lettore, che è anche
educatore, si aspetta qualcosa di simile al "La favola insegna
che..." di Esopo. L'eroe della domenica che inciampa nella zolla come
immagine (riprodotta a dritto e a rovescio, “zoomata”, “moviolata”
in milioni di teleschermi) della onnipotente civiltà tecnologica che inciampa
sull’irriducibilità della natura. Ovvero: la rivincita degli ecologisti. Se l'ecologia deve
entrare a scuola, ben vengano storie come questa a fornire materiale di discussione,
di studio. C'è bisogno di esempi su cui riflettere, di casi interessanti da
interpretare; abbiamo bisogno di costruire una nuova conoscenza; il pensiero
umano deve darsi nuovi strumenti per far fronte alle sfide dell’epoca in cui
viviamo, e in primo luogo a quella ecologica... C'è qualcosa che non
va. Quando la natura diventa un pretesto per lezioni sulla natura, c'è
qualcosa nella educazione all’ecologia che entra in contraddizione con
l'ecologia dell’educazione, e quindi con l'ecologia. Se per elaborare un
pensiero "su" dobbiamo porci "fuori da" non stiamo
lavorando per fare della natura la nostra casa ("oikos"
= "eco"), per costruire, anzi ricostruire, una relazione con
l'interezza della persona, là dove la separazione tra "corpo" e
"mente", tra natura e storia, tra istinto e ragione, ha fatto precipitare
la frattura. E se invece la natura
fosse il testo? se il significato della storia fosse quello letterale? Se la
crescita dell’erba fosse un'idea che sta nell’erba che cresce prima che nel
nostro pensiero? Se ci riunissimo in centomila allo stadio di San Siro per ascoltare
l'erba che cresce? |